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Carcere, l'emergenza è finita ma gli affetti di noi detenuti tornano a contare zero – Il Riformista

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La testimonianza

Giuseppe Grassonelli — 2 Settembre 2022

Carcere, l’emergenza è finita ma gli affetti di noi detenuti tornano a contare zero

Lavoravo a questo articolo di Giuseppe quando il numero sconosciuto si è acceso sullo schermo del telefono dopo ore di attesa e ho trovato la sua voce. C’erano comunicazioni che si erano affastellate nei giorni di silenzio e l’ho travolto subito. Lui ha ascoltato fino in fondo, poi ha detto una frase a cui continuo a pensare e che è il motivo per cui m’intrufolo qui come una premessa. Giuseppe non m’ha detto quanto parli o come sei esuberante, Giuseppe ha detto: «Come sei viva». Mentre vi chiedete se voi usate questo aggettivo in situazioni simili, io lo lascio qua, perché è in questa vita che lo sorprende, che si avvera la distanza fra le nostre due esistenze. E la differenza è un sentimento che si esprime come sofferenza. Cecilia Gabrielli (compagna di Giuseppe Grassonelli)

«Particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie». «Particolare favore viene accordato ai colloqui con i familiari». Dall’ordinamento penitenziario emerge il rapporto con la famiglia come un sostegno affettivo e materiale essenziale nella vita del detenuto, e il rapporto è facilitato da colloqui, corrispondenza telefonica ed epistolare. Nei primi anni 70 ai detenuti erano consentite telefonate senza limite di durata. Allora, erano poche le famiglie che avevano il telefono in casa e molti reclusi dovevano accontentarsi di chiamare il bar del paese, se il titolare era un amico disponibile e tollerante. Oppure i parenti lasciavano i messaggi ai propri cari in carcere attraverso le radio libere. I detenuti telefonavano da una piccola cabina pubblica all’interno dell’istituto, dopo essersi procurati i gettoni necessari. La caccia ai gettoni è stata spesso causa di accoltellamenti.

Sono state le leggi di “riforma” dell’ordinamento penitenziario a porre limiti. Con l’ordinamento penitenziario del 1975 e la legge Gozzini del 1986, le telefonate sono diventate quattro al mese più due per buona condotta. Con il nuovo Regolamento penitenziario del 2000, vi è stata un’ulteriore restrizione ai colloqui telefonici: due al mese se il detenuto effettuava anche i colloqui visivi consentiti; altrimenti faceva “domandina” al direttore per un’ulteriore telefonata, che non sempre veniva accolta. Nel marzo 2020 le attività trattamentali sono state ristrette per l’emergenza sanitaria, i colloqui visivi sono stati sospesi. In “compenso”, sono stati ammessi colloqui virtuali e chiamate su telefoni mobili. Risultato: dodici telefonate mensili, sette videochiamate brevi su WhatsApp e due videochiamate lunghe con Skype. Grazie alle nuove – per noi rivoluzionarie – tecnologie, abbiamo avuto contatti quasi giornalieri con le nostre famiglie. Molti detenuti, che da anni non effettuavano colloqui a causa di distanze o costi, hanno riabbracciato con gli occhi i propri cari.

Ora, finita l’emergenza sanitaria, non sappiamo se festeggiare o piangere lacrime amare, visto che per molti la fine della pandemia significa il ritorno alle due telefonate mensili. Pensiamo sia arrivato il momento di garantire e regolamentare i rapporti affettivi con i familiari secondo due principi fondamentali: normalizzazione e responsabilizzazione. Il che significa, sotto il profilo affettivo, organizzare la vita reclusa nella maniera più simile possibile a quella libera, consentire ai detenuti di assumersi la responsabilità del beneficio di più ampi spazi di libertà. Chiediamo di avere una vita familiare “normale” pur restando in carcere, un regime detentivo che consenta di sperimentare forme di autonomia e senso di responsabilità, fondamentali nell’ottica del reinserimento sociale. Speriamo sia subito attuata la proposta di Rita Bernardini sostenuta con lo sciopero della fame di aumentare i contatti dei detenuti coi familiari attraverso più telefonate e video chiamate e i trasferimenti in luoghi vicini alla famiglia. Sarebbe un significativo segnale di attenzione.

Antonio, un mio compagno di detenzione, ha fatto un calcolo matematico che dovrebbe colpire l’immaginazione di ognuno per la brutalità meccanica che deriva dalla geometrica applicazione della certezza della pena. In base alla legge ordinaria, un detenuto che sconta una pena di trent’anni, pari a 10.957 giorni, ha il diritto, se tutto fila liscio nel suo percorso detentivo, solo a 60 giorni di colloqui visivi coi familiari. Naturalmente questi giorni sono a disposizione solo di chi si può permettere il lusso di usufruire delle quattro ore di colloquio al mese. Poi ci sono i due colloqui telefonici di dieci minuti l’uno: 20 minuti al mese, 4 ore all’anno, 120 ore in trent’anni, ossia 5 giorni. Il mio maestro dice che non ci sono ore sull’orologio dell’amore, perciò lascio a voi il calcolo dell’umanità che si cela dietro questa tabella di marcia del dolore. Mi fermo qui, con Georg Trakl, sulla soglia del tempo pietrificato dal dolore, che mi arresta in un presente senza storia e senza avvenire, e coi miei compagni vi chiedo di poter colmare di parole e voce il tempo che voi vivi potete riempire di carezze.

*Ergastolano detenuto a Opera, Consiglio direttivo di Nessuno tocchi Caino

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