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Triangle of Sadness Palma d’Oro a Cannes, l’Italia premiata con “Le otto montagne”

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Palma d’oro a Triangle of Sadness di Ruben Ostlund. Il primo premio è, ovvio, quello che manderà a memoria cinefila la 75esima edizione del Festival di Cannes. Non la più bella, ma una delle più importanti. Perché la normalità (fin troppa, forse. Il Covid e le sue limitazioni non possono essere stati così rapidamente rimossi. Qui invece, sulla pandemia è calato l’oblio) è tornata sulla Croisette.

Il regista svedese si unisce al ristretto gruppo di plurivincitori di Palma (insieme a lui, che nel 2017 trionfò con The Square, i favolosi nomi di Francis Ford Coppola, i fratelli Dardenne, Kusturica, il giapponese Imamura, Ken Loach, Michael Haneke. Più Bille August, ottimo artigiano ma favoloso proprio no).

Triangle of Sadness (nelle nostre sale arriverà con Teodora) è la vicenda agro-dolce-grottesca-sarcastica di un gruppo di super ricchi su una nave da crociera. Lotta di classe in mezzo al mare e poi su una spiaggia (forse) deserta. Tematica che da queste parti non dispiace. Più che Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto di Lina Wertmüller , siamo in zona Parasite vincitore nel 2019. Un buon film? Sì, certo. Troppa grazia, da parte della giuria presieduta dall’attorone francese Vincent Lindon? Sì, certo.

Bene l’Italia. A mani vuote Mario Martone per Nostalgia, il Premio della giuria va a Le otto montagne dei belgi Charlotet Vandermeersch e Felix Van Groeningen. Sul film, girato in italiano e tratto dall’omonimo romanzo Premio Strega di Paolo Cognetti, sventola il tricolore. Storia delicata, efficace, molto vera. Piena di sentimento (l’amicizia, l’essere figli e genitori, la forte condivisione con la natura …). Interpreti grandissimi. Luca Marinelli, Elena Lietti, Filippo Timi, due strepitosi preadolescenti. E, soprattutto, Alessandro Borghi sensazionale davvero.

Premio, quello della giuria, condiviso con Eo del maestro polacco Jerzy Skolimowski. Odissea di un asinello strappato alla sua padrona. Curioso, doloroso, poetico. Molto concreto, malgrado le premesse liriche. In Italia esce per I Wonder Pictures (che ha fatto man bassa di titoli premiati, tre fra cui il miglior film Les Pires, nella sezione Un Certain Regard).

Svezia in gran trionfo!
La migliore sceneggiatura premia Boy from Heaven (uscirà per Movies Inspired), apprezzata spy story civile ambientata al Cairo, diretta dallo svedese Tarik Saleh.
Migliore attrice è l’iraniana Zar Amir Ebrahimi. Interpreta la coraggiosa giornalista sulle tracce di un serial killer fanatico religioso, protagonista del solido thriller Holy Spider del regista, naturalizzato danese, Ali Abbasi.
Scelta condivisibile della giuria del concorso. Continua la maledizione di Marion Cotillard, Marianna di Francia, vincitrice di un Oscar ma mai premiata nel festival di casa. Quest’anno, Cotillard è stata monumentale in Brother and Sister di Arnaud Desplechin.
Il giapponese Kore-Eda Hirokazu ha, fra le tante virtù, quella di essere un ottimo direttore di attori. Song Kang Ho protagonista del suo Broker (da noi si vedrà in sala grazie a Lucky Red) è il migliore interprete maschile.
Il riconoscimento per la regia va al sudcoreano di culto (suo Old Boy) Park Chan-Wook per Decision to Leave. Raffinato, al limite dell’estetizzante, poliziesco con tanto di femme fatale.
Anche il Gran Premio è un ex-aequo. Il delicato coming of age belga Close di Lucas Dhont e Stars at Noon della veterana francese Claire Denis. Film molto considerato, malgrado la tiepida accoglienza di buona parte degli osservatori tra pubblico, stampa e addetti ai lavori.

Impossibile non arricchire la collezione di riconoscimenti dei fratelli Luc e Jean-Pierre Dardenne (anche il Belgio fa colpo in palmares) sempre abili, pur non al loro meglio. Il loro schietto e durissimo Tory et Lokita (Lucky Red) vince il premio speciale appositamente confezionato per il 75esimo Festival. Che tra felici e scontenti (peccato per Valeria Bruni Tedeschi e il suo notevole Les Amandiers, fra i favoriti della vigilia) finisce qui.

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