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Sulla morte di Cutolo non serve un’opinione, basta un brano di Hegel

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La morte di Raffaele Cutolo ha riaperto per “Il Riformista”, unico giornale italiano aspramente critico sul tema amato dai forcaioli, la questione del carcere duro, anzi durissimo, del 41 bis, che corrisponde a una pena di morte, a un patibolo, e anzi peggio di esso perché prolungato negli anni. Non intendo fare un commento personale, lascio la parola nientemeno che a Hegel il quale, nel 1807, scrisse un frammento, quasi un appunto, restato celebre, che intitolò: “Chi pensa astrattamente”, un frammento che ebbe un ruolo anche nella storia della sinistra italiana. Del lungo appunto hegeliano trascrivo la parte essenziale, per me è stato sempre un testo capace di muovere un sentimento di commozione.

Il breve corsivo è mio: “Dunque, un assassino è condotto al patibolo: per la gente comune è nulla più di un assassino. Forse delle signore osservavano che è un uomo forte, bello, interessante. Quella gente trova questa osservazione orribile. Cosa? Un assassino bello? Come si può essere così malpensanti e dire bello un assassino?…
Questo pensare astrattamente, nell’assassino non vedere altro che questo astratto, e con questa semplice qualità cancellare in lui tutta la restante essenza umana. Ben diversamente si comportò il sensibile mondo di Lipsia: cosparse e coronò di fiori la ruota e il reo a essa legato. Ma questa è di nuovo l’astrazione opposta. Ben diversamente udii una volta una vecchia popolana uccidere l’astrazione dell’assassino e vivamente rendergli onore. Il capo mozzo giaceva sul patibolo, c’era la luce del sole – “Eppure come è bello”, disse, il sole benefico di Dio illumina la testa di Binder! A un ribaldo così con il quale si è in collera, si dice: tu non meriti che il sole ti illumini. Quella donna vide che il capo dell’assassino era illuminato dal sole, e che dunque era ancora meritevole. Ella lo solleva dal castigo del patibolo alla grazia raggiante di Dio: non realizza la sua conciliazione mediante le sue violette, bensì lo vede accolto nella grazia del più alto sole”.

Questo testo che oggi trascrivo anche per acuire la sensibilità al tragico tema dell’umanizzazione delle carceri, fu pubblicato da Palmiro Togliatti senza commento, su Rinascita in occasione della denuncia dei crimini di Stalin. Credo che lo tradusse lui stesso.

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