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Strage di Piazza della Loggia, il dovere della memoria

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Sono nato a Brescia nel 1963. Nel 1974 avevo 11 anni  stavo finendo la quinta elementare. La mattina del 28 maggio, alla fine delle lezioni, sono uscito dalla classe con tutti gli alunni, e ho visto la mia maestra accostarsi a mio padre per chiedergli: “ci sono dei morti?”. Papà ha annuito e poco per volta, vedendo le facce scure dei grandi, i bambini si sono zittiti. Tornato a casa, ho sentito il racconto della mamma a papà; meglio: origliato, perchè i bambini della mia generazione non interloquivano nei discorsi dei grandi.

La mamma era in un negozio, a duecento metri da Piazza della Loggia, ha sentito un gran boato, è uscita, ha visto la gente che risaliva la via, e ha cominciato a percorrere al contrario il flusso delle persone che si allontanavano dalla strage. Cercava cogli occhi suo padre, mio nonno, socialista, che sicuramente era in piazza. Ha raccontato di avere visto un uomo anziano, zoppicante, con un rigagnolo di sangue che colava dalla tempia, lo sguardo smarrito del tempo della guerra; una donna che si reggeva un braccio. Nessuno correva, nessuno scappava, nessuno gridava.

Il nonno lo ha trovato, integro, e sono tornati insieme a casa. Poi i funerali: un corteo che sfilava per ore, non finiva mai. Andavo e venivo tra la finestra della casa dei nonni e la televisione, incredulo di vedere allo schermo quello che vedevo in strada. Nei giorni successivi, piano piano, ho cominciato a fissare nella memoria, e nella coscienza, i fatti normalmente che a undici anni non si colgono, non si mettono in relazione: il figlio di un amico del papà saltato in aria mentre portava una bomba con la vespa; le bombe “minori” prima e dopo.

Negli anni, crescendo, ai ricordi si è aggiunta la conoscenza dei fatti, i processi, i depistaggi, le persone conosciute, anche giovanissime, coinvolte come congiunti di vittime o come contigui ai carnefici. Quella strage, per chi viveva a Brescia quando fu consumata, è entrata per sempre nella carne, nel sangue, nell’anima. Nella pietà e nella coscienza di dover essere ogni anno testimoni di un impegno civile a non consentire il ripetersi dell’orrore.

Ci sono responsabilità giuridiche e storiche, ma esiste anche la grande responsabilità collettiva della memoria, che porterà me, e tanti altri, il 28 maggio, in Piazza della Loggia: ascolteremo gli otto rintocchi della campana in silenzio, e in silenzio rinnoveremo l’impegno a tramandare l’emozione e la coscienza di chi, rispetto alla morte, sarà sempre dall’altra parte.

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