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Sciopero generale del 16 dicembre, quante stranezze dietro un conflitto che non è di classe

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“Finalmente sciopero generale” titolava il Manifesto per brindare alla benedetta spallata contro il governo dei padroni. Un nuovo biennio rosso alle porte? Il problema non riguarda in astratto il riconoscimento o la maledizione del conflitto. Il primo teorico moderno del conflitto (“i tumulti et altri scandoli non nuocono”) distingueva tra conflitti che costruiscono “ordini e modi civili” e conflitti che assumono un ruolo distruttivo (“quel male che ci ammorba, quella rabbia che ci consuma, quel veleno che ci uccide”). Nella storia concreta dell’Occidente il grande conflitto capitale-lavoro ha aperto spazi di libertà, strategie di cittadinanza, momenti di inclusione sociale, meccanismi di redistribuzione dei poteri con nuovi diritti individuali e collettivi. La fine del conflitto ha interrotto il processo di civilizzazione del capitale.

Lo sciopero generale del 16 dicembre ha gli antichi requisiti “di classe” che erano alla base delle dense mobilitazioni del secolo socialdemocratico? Il costo delle richieste sindacali non sembra incidere sul saggio di profitto che dovrebbe essere eroso per indirizzare una parte più cospicua della ricchezza sociale verso i produttori. Il soggetto colpito non è la controparte aziendale, sono i redditi “elevati”. È la fiscalità generale, non il capitale a risentirne.
Il bersaglio della rivendicazione sindacale, nelle parole di Landini a Repubblica sono gli stipendi ritenuti troppo elevati (attorno ai 50 mila euro) e dunque distorsivi del principio di egualitarismo (verso chi incassa 20 mila euro) non riguarda i profitti. Lo scontro parrebbe così tra lavoratori della conoscenza e prestatori d’opera manuale. Niente a che vedere con il conflitto sociale classico, ma munizioni contro il nuovo nemico, la cosiddetta Ztl intesa come la fascia dei contribuenti (il 13,2%) che dichiara oltre i 35 mila euro ma versa il 58,8% dell’Irpef.

Il lato insidioso della cultura del conflitto sposata dal sindacato, ma rilanciata anche da Barca e Cuperlo, poggia su una nozione di giustizia sociale che nella lotta al ceto medio evoca una nitida venatura sudamericana e non mostra alcuna connotazione di “classe”. Che il problema dell’uguaglianza post-moderna sia quello di penalizzare i percettori di salari che dai 1700 arrivano attorno ai 4 mila euro mensili (intorno ai 5 milioni di contribuenti) è rivelatore della torsione populista conferita alla idea della coalizione sociale. Il 44% dei 41 milioni di contribuenti che dichiara fino a 15 mila euro versa il 4% dell’Irpef totale e dalla manovra di bilancio trae vantaggi, modici certo, ma non è colpita. Far pagare a un lavoratore della conoscenza o a un medico, a un funzionario o quadro (al 4% che dichiara oltre i 70 mila euro e versa il 30% dell’Irpef totale) la bolletta dell’estetista, del commerciante, del padroncino che vantano introiti da incapienti (circa 13 milioni di contribuenti non versano Irpef) viene chiamato contributo di solidarietà. È anche questa una redistribuzione della ricchezza, ma che il ricercatore o il burocrate siano molto più benestanti di un meccanico, di un orefice, di un ristoratore, di un dentista, di un tassista, di un nanocapitalista con Suv (fette professionali che denunciano meno di 20 mila euro) lo attesta solo la dichiarazione dei redditi, che però unicamente per i percettori di redditi tassati alla fonte non mente.

L’equivoco del concetto della lotta alla diseguaglianza e alle povertà è evidente quando essa diventa la fonte di una battaglia aclassista e tutta protesa contro gli stipendi più cospicui (50 mila euro sono indicati come la montagna del privilegio) da sacrificare con sbarramenti fiscali. Non un conflitto per ottenere il salario più elevato e restringere l’accumulazione di capitale, ma una scaramuccia per avere un fisco più leggero pare l’orizzonte del sindacato, che così regredisce su un piano micro-corporativo e condivide con la rendita e l’impresa l’obiettivo di uno Stato minimo, alleggerito nelle entrate fiscali e quindi nelle risorse per le politiche pubbliche (per fortuna la manovra va in controtendenza e aumenta gli investimenti per la sanità).

Il trentennale processo di impoverimento e di precarizzazione, avviato sin dal pacchetto Treu, viene imputato tutto quanto ai sette mesi di governo Draghi, denunciato (in contrasto con i numeri che indicano un aumento delle assunzioni rispetto al 2019, un contenimento dei temuti licenziamenti e un efficace regime del green pass) come il responsabile di ogni nefandezza: esecutivo dei padroni, della precarietà, della ingiustizia, della povertà (non era servito il balcone grillino?). La finanziaria, che non è scritta da un governo di sinistra ma da un esecutivo di larghissima coalizione, ha di sicuro tutti i limiti indicati da Barca, non ha però il volto classista delle misure lacrime e sangue varate da Monti, censore dei bamboccioni, cantore della bellezza della negazione della noia del posto fisso, avversario inflessibile del sindacato e nemico di ogni concertazione alla Draghi. Senza essere una manovra di sinistra, quella proposta dal governo è comunque limitatamente espansiva con piccoli segnali di politiche attive.

Non è con semplici norme che si combatte la delocalizzazione, molto più incisivo per contenere lo spirito apolide del capitale sarebbe la efficace costruzione di una piattaforma sindacale calibrata su scala europea. E però il sindacato, dove è più forte, ripiega sul piccolo spazio, sulla contrattazione aziendale e per questo localismo esclusivo l’iscritto alla Fiom, ottenuto il welfare aziendale e ristretto così il gettito del fisco nazionale, vota anche per la Lega, che tratteggia un rifugio territoriale in uno stato del benessere a dimensione municipale. Un sindacato che accetta che il cosiddetto reddito di cittadinanza sia così vicino all’ammontare di un salario del lavoratore iper-sfruttato e sempre oppresso dalla minaccia di delocalizzazione non rappresenta la “classe”, coltiva invece una visione sanculottistica del mondo che non lotta più per aprire degli spazi di liberazione alla “corporeità vivente”, ma si agita contro il ceto medio per gestire uno spettrale appiattimento pauperistico. È vero, come dichiara Landini, che l’83% dell’Irpef è ricavato da pensioni e lavoro dipendente. Ma il 44% dei contribuenti che dichiara sino a 15 mila euro versa appena il 4% dell’Irpef complessivo. Solo il 6% dei percettori di reddito dichiara più di 50 mila euro e immette però il 40% nell’ammontare dell’Irpef.

Non ci sono impedimenti alla rivolta, anche in tempi di pandemia la repubblica garantisce la mobilitazione della piazza. Però lo sciopero generale politico è la variante moderna del diritto di resistenza. Prima di ricorrere all’appello al cielo dovrebbero essere conclamate delle condizioni di eccezionale gravità. Il giudizio politico sul governo, per quanto possa risultare critico, non sembra autorizzare una preoccupazione seria circa il deperimento degli spazi di libertà. La ventura sociale delle politiche pubbliche è certo insufficiente, ma non è in atto un restringimento delle coperture sociali essenziali (il reddito di cittadinanza è rifinanziato). Lo stesso sindacato ammette che Draghi (“il Migliore dei Migliori” ironizza “il Manifesto”) ha parlato con le organizzazioni collettive e quindi il “tecnocrate” non attenta in alcun modo (alla Monti) al vitale spazio del pluralismo sociale. In molti sognano il Sudamerica e scambiano quell’inferno di caccia al ceto medio, in uno Stato minimo ad economia stagnante, per il bel conflitto (su spostamenti di aliquote, esenzioni, bonus a rapporti di classe invariati) e persino come una ritrovata “igiene mentale” secondo le parole di Revelli. Attenzione (cari Fassina e Cuperlo), se il conflitto da benedire è quello contro il ceto medio della Ztl, si sta semplicemente prenotando la carrozza sulla quale tra poco marcerà trionfalmente Giorgia Meloni.

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