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Retromarcia di Erdogan: crolla la lira turca e non espelle più i 10 ambasciatori dell’appello Kavala

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Niente espulsione per i 10 ambasciatori in Turchia: Recep Tayyip Erdogan fa marcia indietro dopo che sabato scorso aveva definito “persona non grata” i diplomatici e minacciato l’allontanamento dal Paese. “È arrivata un’altra dichiarazione da parte dei diplomatici che cita il loro impegno rispetto all’articolo 41 della Convenzione di Vienna e credo che ora saranno più cauti”, ha detto il Presidente turco. I dieci ambasciatori – i Paesi interessati erano Canada, Francia, Finlandia, Danimarca, Germania, Olanda, Nuova Zelanda, Norvegia, Svezia e Usa – avevano firmato l’appello per la liberazione del dissidente Osman Kavala, imprenditore e filantropo, detenuto da oltre 1.400 giorni.

Kavala è a capo della sezione turca dell’organizzazione filantropica di George Soros e fu arrestato nel 2017 con l’accusa di aver finanziato le proteste del 2013 del Gezi Park. L’imprenditore fu assolto nel 2020 da un tribunale di Istanbul che ne ordinò la scarcerazione. Kavala fu ri-arrestato per il fallito colpo di astato del 2016.

“Impareranno a conoscere e capire la Turchia o dovranno andarsene“. Questo sabato scorso. L’agenzia Bloomberg ha scritto oggi che funzionari diplomatici e consiglieri del governo turco hanno consigliato al presidente Recep Tayyip Erdogan di non dare seguito alla minaccia di espellere i 10 ambasciatori occidentali. La lira turca nel frattempo è crollata, si è svalutata di oltre il 2% in un giorno arrivando a sfondare la barriera di 1 dollaro per 9,80 lire turche e di 1 euro per 11,40 lire. Il record negativo si è registrato mentre è atteso, secondo fonti citate dall’agenzia Reuters, un taglio al 16% degli interessi sui prestiti da parte delle banche statali turche in linea con la scelta della Banca centrale di abbassare di 200 punti base i suoi tassi di riferimento. L’ennesimo tonfo della valuta nazionale turca arriva a pochi giorni dal declassamento della Turchia da parte della Financial Action Task Force, organizzazione intergovernativa che si occupa di combattere il riciclaggio di denaro sporco e il finanziamento al terrorismo.

“Non volevamo provocare una crisi ma la magistratura turca non prende ordini da nessuno” e la loro “mancanza di rispetto doveva ricevere una risposta”, ha affermato Erdogan, scagliandosi ancora duramente contro gli ambasciatori e parlando di “dichiarazioni infondate e irrispettose”. Lo scontro è rientrato dopo che i diplomatici hanno diffuso un comunicato identico nel quale ribadiscono l’impegno a non interferire negli affari interni di un Paese che ospita le loro sedi.

L’appello sollecitava alla scarcerazione di Kavala, come già stabilito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel 2019. Il filantropo ha già annunciato che non si presenterà alla prossima udienza del processo del prossimo 26 novembre. Il Consiglio d’Europa potrebbe avviare un provvedimento disciplinare nei confronti della Turchia se Ankara non adempirà alla sentenza di Strasburgo. La crisi dei diplomatici, nonostante la marcia indietro, è probabilmente destinata a lasciare strascichi.

Questo fine settimana a Roma per il G20 Erdogan incontrerà anche le massime autorità di alcuni Paesi i cui diplomatici aveva definito come “persona non grata”. Tra questi anche il Presidente statunitense Joe Biden. Con gli USA scotta anche la questione del sistema missilistico russo S-400 comprato da Ankara, seconda potenza della NATO, dalla Russia. La Turchia di Erdogan nel suo ruolo di battitore libero in politica estera è protagonista sul piano internazionale anche nella guerra civile in Siria e nel conflitto in Libia. Con Washington resta aperto il caso di Fethullah Gulen, che Erdogan considera il leader del tentato golpe del 2016, al momento residente in Pennsylvania.

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