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Recluso al Mammagialla si impiccò in cella, ma non doveva stare lì

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La morte di Sharaf Hassan avvenuta mentre era nelle mani dello Stato non può essere archiviata così facilmente: per questo la Procura generale presso la Corte d’Appello di Roma ha disposto l’avocazione del procedimento pendente presso la Procura di Viterbo sulla morte del giovane cittadino egiziano, avvenuta dopo un tentativo di suicidio in una cella d’isolamento del carcere Mammagialla. Nello stesso decreto ha disposto anche la revoca della richiesta di archiviazione avanzata dal Pm di Viterbo. Dunque sarà la Procura generale a svolgere direttamente le ulteriori indagini che «appaiono necessarie», scrive il Procuratore Generale, per vari motivi che ora approfondiremo. La richiesta di avocazione è stata avanzata alla Procura Generale dall’avvocato Michele Andreano che assiste la famiglia del giovane.

Ripercorriamo i fatti: il 23 luglio 2018 Hassan veniva posto in isolamento a seguito di una sanzione disciplinare perché accusato di traffico di psicofarmaci all’interno del carcere avvenuto 4 mesi prima. Eppure il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia aveva chiesto per lui il trasferimento perché il ragazzo aveva detto di essere stato maltrattato da alcuni agenti. Lo stesso giorno «Sharaf si impiccava all’interno della cella (dopo avere ricevuto alcuni schiaffi dal personale di polizia penitenziaria)». Morirà il 30 luglio presso l’ospedale Belcolle. Per i due agenti di polizia penitenziaria c’è un procedimento per abuso dei mezzi di correzione: la prima udienza c’è stata due giorni fa. Mentre per la scomparsa del giovane la Procura di Viterbo apriva un fascicolo contro ignoti per il reato di istigazione al suicidio per poi chiedere l’archiviazione, contro la quale i legali della famiglia di Hassan avevano fatto opposizione. L’udienza dinanzi al gip inizialmente fissata per il 2024 era stata poi anticipata, a seguito di molte polemiche, al 27 gennaio 2022.

Quello che la difesa di Hassan sottolinea è che innanzitutto sarebbe falsa la certificazione di idoneità all’isolamento del detenuto, firmata da una dottoressa, la quale «in sede di investigazioni difensive, anche per quanto dichiarato in sede di indagini, affermava di non aver visitato il giovane». Inoltre il difensore Andreano prospetta la sussistenza dei seguenti reati: tortura, omicidio colposo, falso ideologico, omissione di soccorso da addebitare, a vario titolo, sia ad alcuni agenti penitenziari che al personale medico dell’istituto. Per tutto questo quadro il Procuratore generale ha deciso di prendere in mano la situazione e svolgere nuove investigazioni su una morte che si poteva forse evitare.
Per la prima volta parla apertamente proprio con noi l’avvocato Andreano e ci dice: «Ero assolutamente fiducioso del fatto che prima o poi qualcuno si sarebbe accorto che non si può liquidare un fatto così grave. Stiamo parlando di un soggetto fragile, tossicodipendente. Mentre a Regina Coeli ha ricevuto tutta l’assistenza sanitaria necessaria, al Mammagialla non si sono presi cura di lui, anzi gli hanno dato degli oppiacei. Doveva essere messo sotto sorveglianza e invece lo hanno messo tra i comuni. Per questo noi ipotizziamo il reato di omicidio colposo a carico del personale medico e psichiatrico del carcere».

Gli avvocati della famiglia di Hassan si sono rivolti a due noti specialisti: il medico legale Petrucciani e la criminologa Bolzan. Entrambi, prosegue Andreano «giungono a risultati sconvolgenti. Questo ragazzo doveva essere curato, non punito. E invece ha subìto una forte pressione psicologica che secondo la giurisprudenza si può classificare come tortura. È stato malmenato nei mesi precedenti e preso a schiaffi dagli agenti poco prima di suicidarsi. Il filmato degli ultimi istanti prima del tragico gesto mette i brividi a vederlo: il ragazzo si incide le braccia ripetutamente. Invece di essere fermato e portato dagli agenti in infermeria, questi gli sbattono il blindo addosso. E poi lo prendono a schiaffi». La circostanza che lascia davvero perplessi è che «il magistrato di sorveglianza minorile invia al carcere di Viterbo l’ordine di trasferire il ragazzo nel carcere minorile perché la pena gli è stata inflitta quando era minorenne. Abbiamo la prova che la direzione del carcere legge questa comunicazione ma la ignora. E in più decide di fargli scontare una pena in isolamento per una sanzione avvenuta sei mesi prima, pur mancando soli 60 giorni alla libertà. Tutte queste circostanze hanno convinto il ragazzo che da lì non sarebbe mai uscito e così è stato. Hassan ha vissuto le pene dell’inferno in quel carcere e sentendosi torturato si è tolto la vita, che è una cosa diversa rispetto alla istigazione al suicidio».

L’avvocato Andreano allarga anche l’orizzonte rispetto al caso singolo: «Nella richiesta di avocazione abbiamo anche ricordato che nel carcere di Viterbo ci sono state più di dieci morti misteriose di detenuti. Inoltre in un rapporto pubblicato a gennaio 2020 dal Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura ci si è soffermati ampiamente sulle denunce di maltrattamenti provenienti dai detenuti del carcere di Viterbo». E conclude: «non si è mai contenti quando si denunciano degli agenti di polizia penitenziaria. Ne conosco molti e tutti svolgono il loro lavoro con professionalità. Siamo fiduciosi che la Procura generale farà i suoi accertamenti e naturalmente è giusto che gli agenti si difendano. Nulla riporterà Hassan dalla sua famiglia ma fare luce sulla sua vicenda significa non spegnere i riflettori su un carcere definito da molti problematico. È quindi giusto che anche la Ministra Cartabia se ne occupi». E difatti la Guardasigilli era stata investita del caso proprio da un atto di sindacato ispettivo dell’onorevole di +Europa Riccardo Magi: «Questa storia è sconvolgente sotto vari profili – ci dice il deputato radicale -. È quindi molto importante che la Procura Generale abbia deciso di avocare a sé l’indagine, cosa che accade raramente. Sin da subito si era capito che qualcosa in questo caso non ha funzionato. Ci sono stati degli abusi concatenati anche da un punto di vista amministrativo. Per questo presentai subito una interpellanza alla Ministra: per fare chiarezza sulla morte di Hassan e per avviare un’ispezione al Tribunale di Viterbo».

Per il Garante Anastasia, infine, «la decisione della Procura generale è il segno di una volontà di non lasciare dubbi intorno alle sue cause e dunque è benvenuta. Se un ragazzo di ventun anni, che avrebbe dovuto essere in un istituto penale per minori, muore in una cella di isolamento di un carcere per adulti dopo aver denunciato, tramite il Garante, maltrattamenti ai suoi danni, qualcosa non ha funzionato ed è importante che la magistratura non lasci ombre su quanto è accaduto». Intanto oggi ci sarà udienza preliminare per il processo per le violenze avvenute il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. In aula potrebbero essere presenti in teoria tutti i 108 imputati tra agenti e funzionari del Dap: di questi solo venti sono attualmente ristretti ai domiciliari. Il garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, si costituirà parte civile.

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