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Quelli che esultano per Johnny Depp sono malati di mente, quasi come le tifose di Amber Heard

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Se permettete cominciamo da Samantha Geimer. Quando si chiamava Samantha Gailey, nel 1977, Roman Polanski la drogò e, secondo la legge americana, la stuprò. Fece qualche settimana di galera e poi, saputo che il giudice non aveva intenzione di rispettare l’accordo transattivo tra lui e la vittima, fuggì all’estero. Non è mai più tornato negli Stati Uniti. 

Da quando il moralismo americano è impazzito, e ha deciso che qualunque comportamento maschile improprio va punito scriteriatamente e retroattivamente, Geimer passa molto del suo tempo sui social a difendere Polanski, stigmatizzare la ricerca di fama dei giudici, e spiegare quanto sia sbagliato il vittimismo. 

Mercoledì mattina, tredici ore prima della sentenza, Geimer ha twittato così: «Mi aspetto che tutti sbrocchino, riguardo al verdetto Depp/Heard, invece di accettare che non sta a noi decidere, e non importa cosa “proviamo” a riguardo. La giuria ha ascoltato tutto e ora decidono loro. Fine della storia, fatevene una ragione. Quel che pensate non importa». 

Mai parole furono più sagge e più inascoltate, ve lo dico anche se sto scrivendo questo articolo a sentenza letta da due minuti. 

La sentenza della giuria è: Amber Heard deve pagare a Johnny Depp cinque milioni di danni compensativi e dieci di danni punitivi, Johnny Depp due milioni a Amber Heard perché una delle dichiarazioni dei suoi avvocati è stata giudicata diffamatoria. (Lei deve dare a lui solo dieci milioni e trecentocinquantamila dollari, giacché la giudice ha ridotto l’entità dei danni punitivi.)

Conosco le leggi del mondo e ve ne farò dono: nelle prossime ore sarà un pieno di letture sui passi indietro del MeToo, sulle donne da cui si pretende uno standard di attendibilità più alto, sul tifo, i bot, la pressione dell’opinione pubblica. 

Già c’è la dichiarazione post-sentenza di Amber Heard, che dà la colpa ai maggiori «potere, influenza, e controllo» del suo ex marito che avrebbero vinto sulla sua montagna di prove. E già c’era l’articolo di Monica Lewinsky, che ogni volta che scrive un rigo mostra come essere stata al centro d’una narrazione popolare non t’insegni niente sui meccanismi della stessa: su Vanity Fair, Lewinsky ha scritto di quant’è misogino contrapporre l’avvocatessa di Depp e Amber Heard (la mora e la bionda, ma Lewinsky non conosce Pippo Baudo). E questo prima che la bionda perdesse: figuriamoci ora. 

Certo che quelli che nei commenti alla diretta YouTube del Law&Crime Channel (tra i tre e i quattro milioni di spettatori durante la lettura della sentenza) esultano per Johnny Depp sono malati di mente, ma lo sono come lo sono le tifose di Amber Heard: tutte le tifoserie e le militanze sono fesse e ottuse, per non accorgersene bisogna essere tifosi o militanti. 

E certo che una giuria che non si fa commuovere da Amber Heard che sostiene di non aver venduto alcun filmino (di Johnny Depp che si versava vino e sbatteva cose) fatto col suo cellulare e misteriosamente finito proprietà intellettuale di Tmz, sito di pettegolezzi, che una giuria che non dà per scontato che sia l’uomo del caso quello brutto e cattivo, certo che significa che è finita la breve ma densa epoca della prepotenza vittimista da parte di noialtre equipaggiate di vagina (o che percepiamo di averne una). 

Ma è uno dei mille segnali. Fino all’anno scorso dirti sofferente, ove vaginamunita, ti garantiva una carriera; quest’anno, l’unica ad aver fatto carriera con le sue sofferenze l’ha fatta perché è la fidanzata d’un cantante famoso. Non è una brutta notizia, per le donne: significa che si torna a dover combinare qualcosa, oltre a frignare, per farsi notare. 

Quando la signora Heard attribuisce a Johnny Depp «potere, influenza, e controllo», dimentica un dettaglio. Quel dettaglio per il quale lei, alle domande dell’avvocatessa di lui, si girava verso la giuria a rispondere, nell’evidente quanto fallimentare tentativo di gattamorticamente sedurli, di usare quell’empatia che qualche rivista femminile le ha raccontato essere l’arma di fine di mondo. Quel dettaglio per il quale lui è rimasto in Inghilterra e non si è fatto inquadrare alla lettura della sentenza; è Johnny Depp, coi suoi film hanno fatto i parchi a tema: decide lui quando intrattenerci. Il dettaglio è: lui è uno che negli ultimi trenta e qualcosa anni è diventato Johnny Depp, lei è una che si è fidanzata un po’ con chiunque ed è rimasta nessuno. 

Se pensate che questa sia un’affermazione maschilista, mi duole comunicarvi che siete scemi. La valuta non sono i gameti: la valuta è la fama. Fanno il cinema entrambi, diventare una star è stato alla portata di entrambi, e solo uno dei due c’è riuscito. Certo che questo gli ha dato un vantaggio, in quello spettacolo d’arte varia che è stato questo processo, ma vale anche la lettura contraria: in questo processo, Johnny Depp ha dimostrato come risponde alle domande d’un avvocato ostile una star, e che è perché sai reggere il palco così, che diventi star. 

E lei ha dimostrato, boh: che in comune con l’ex marito ha un gusto improbabile per le pettinature? Che se ti contraddici poi la giuria non ti crede? Che nel decennale di Gone Girl siamo piene di aspiranti eredi di Amazing Amy? 

Tutti e due, comunque, sono meno disturbati di chi cancelletta di credere all’uno o all’altro. Non so spiegarvelo più chiaramente di Samantha Geimer: non importa a nessuno a chi crediate voi, tra due tizi che neppure conoscete e il cui matrimonio è evidentemente stato un disastro le cui vere dinamiche sono probabilmente nebulose persino per gli ex coniugi protagonisti. Ma soprattutto: perché pensate che la vostra fiducia faccia la differenza, razza di mitomani?

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