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Quando Paolo Mieli recensì favorevolmente l’antigramsciano Alessandro Orsini ora divenuto “professore mitomane”

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Adesso è cominciata la caccia grossa al cinghiale televisivo Alessandro Orsini. Sulla Stampa si riproducono i reiterati giudizi negativi dei commissari dell’abilitazione scientifica nazionale per concludere che il suo curriculum non è proprio adatto per la partecipazione al talk show. Per vendere chiacchiere nel salotto tv si dovrebbe dunque superare una prova selettiva per titoli e pubblicazioni nel settore disciplinare della sociologia politica. Strano che tutte le rivisitazioni della biografia del “professore mitomane”, come lo chiamano adesso al Corriere, abbiano taciuto della straordinaria promozione che ottenne a mezzo stampa (la loro) qualche tempo fa.

L’antigramsciano e giustizialista Roberto Saviano esaltò su Repubblica la fatica letteraria del sociologo che scandalizzò non poco, per le sue tesi teoricamente balbuzienti e per una dimestichezza con la filologia quanto meno creativa, ogni serio conoscitore del pensatore sardo. Persino Paolo Mieli recensì sul Corriere il pamphlet antigramsciano e sulle pagine dell’inserto settimanale del quotidiano venne concesso ampio spazio al saggista per un irrituale tentativo di difendersi dalle contestazioni critiche che naturalmente aveva incontrato un’opera così controversa (Gramsci “liberticida”, “un orrore”, maestro di una pedagogia dell’intolleranza e padre della violenza politica). Il senso della sua opera su Gramsci verrà così riassunto dallo stesso Orsini: “Per essere liberi, bisogna uccidere Gramsci. Il mio libro è un tentativo di strappare Gramsci dalle nostre menti”.

Mieli recensiva favorevolmente il libro di Orsini mettendolo insieme ad altri testi che gettavano qualche ombra su momenti ambigui della lunga storia del Pci. Rimarcando lo scarso rilievo dato da “Rinascita” alla morte di Ruggero Grieco avvenuta nel 1955, Mieli non rinunciava alla forzatura interpretativa: “La rivista annuncia che a Grieco sarà dedicato «ampio spazio nei prossimi numeri». Il che però non accade. Sarà Giorgio Amendola, dopo la morte di Togliatti, a ripescare Grieco scrivendo, nel 1966, la prefazione a una raccolta di suoi scritti”. Non andò proprio così, ovviamente. Dopo cinque numeri, proprio sul mensile “Rinascita”, comparve un grande saggio di Mauro Scoccimarro, lungo ben dieci pagine. Si sa che quando c’è da infliggere qualche graffio sul corpo del vecchio nemico tutto fa brodo e la presunta notizia della dimenticanza serve per sorreggere, oltre le emarginazioni reali di un dirigente rimarcate più di altri da Gerardo Chiaromonte, una storia romanzata di dispetti, odi, risentimenti.

Quando si trattava di incensare il critico della “orrenda mente di Gramsci”, come scriveva Orsini (che si vanterà: “io in Italia, sono stato il più grande carnefice di Gramsci”), e di rintracciare nel Pci la matrice culturale del terrorismo rosso, le cautele critiche dei giornaloni scomparivano. E anche le rotative della Rizzoli si aprivano generosamente al sociologo che urlava: “io voglio uccidere Gramsci nella mia mente”. Come si poteva nella Rizzoli e nei grandi giornali, oggi così indignati per le uscite provocatorie del docente della Luiss, non guardare con trasporto generoso al sociologo che dopo il volumetto dipingeva Gramsci come “la grande vergogna del genere umano”, uno “storpio cervello liberticida”, un “demente liberticida”, una “nauseante immondizia”?

L’Orsini su cui oggi si esercita la strategia della denigrazione del mostro televisivo, che parla e non possiede le referenze specialistiche per esibirsi nel circolo infinito della chiacchiera che produce nuova chiacchiera, è però un semplice virus bizzarro uscito dai laboratori editoriali. Con un antigramscismo dozzinale l’hanno inventato dal nulla e dovrebbero perciò sentirsi condannati a tenerselo stretto come carne della loro stessa carne anche quando ricama su Hitler non responsabile della guerra e rimpiange i bambini felici sotto il totalitarismo nero. Per ostacolare un discorso critico sulla guerra per procura non avrebbero potuto inventare una maschera della commedia migliore.

L’articolo Quando Paolo Mieli recensì favorevolmente l’antigramsciano Alessandro Orsini ora divenuto “professore mitomane” proviene da Il Riformista.

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