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Ora sembra incredibile, ma non dimentichiamoci della temperie che ha creato l’epica di Conte

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Oggi sembra incredibile, ma quindici mesi fa il Partito democratico e la stampa illuminata e progressista hanno cercato in tutti i modi di scongiurare la defenestrazione di Giuseppe Conte da Palazzo Chigi e poi di sostenere il tentativo grottesco di formare un nuovo governo Conte, il cosiddetto Trisconte, con statisti del calibro di Ciampolillo e base elettorale nei talk show dell’autoproclamata Repubblica popolare di La7. 

Un’inspiegabile infatuazione per un avvocato senza arte né parte, scelto per fare da vice ai due vicepresidenti Di Maio e Salvini, e affiancato da Rocco Casalino per evitare che “pretermettesse” una qualche enormità non associata a quelle della srl di riferimento (ancora adesso, fateci caso, sia nei video in versione televendita alla Robertino sia dalla Annunziata spesso Conte distoglie lo sguardo dalla telecamera o dall’interlocutore per cercare con l’occhietto l’approvazione benevola di Rocco, magari quando sente perfino lui di averla detta grossa). 

Eppure fino a ieri il Partito democratico lo incoronava leader fortissimo di tutti i progressisti e immaginava di affidargli la guida dell’alleanza strategica alle elezioni, proprio a lui, al referente italiano di Vladimir Putin e di Donald Trump e per un certo momento anche volenteroso sostenitore della Via della Seta di Xi Jinping, perché va dato atto a Conte di non essersi lasciato sfuggire nemmeno uno dei nemici dell’Europa, della società aperta e del mondo libero. 

Tanto da aver aperto le porte dei nostri servizi di sicurezza agli scagnozzi di Trump che cercavano prove di complotti ucraino-italiani per abbattere Biden su indicazione di Putin che da un lato brigava per tenere Trump alla Casa Bianca e dall’altro revisionava i cingolati dei carri armati da inviare in Ucraina.

Il governo Conte due, o Bisconte, ha ottenuto l’endorsement di Trump, col famoso tweet di incoraggiamento a «Giuseppi», e in quel periodo ha fatto oscenamente sfilare i mezzi dell’esercito russo per la prima volta in un paese Nato, non si capisce bene per quale motivo e peraltro rimborsandogli le spese militari come se Putin fosse un deputato grillino dotato di scontrino. 

E mente i giornali e le televisioni di allora lodavano la statura di Conte, bevendosi i confessionali di Casalino e avallando gli attacchi diretti alla democrazia liberale, dalla mutilazione del Parlamento alle leggi liberticide di Fofò Dj, oggi improvvisamente lo trattano come uno straccio usato, fanno inchieste tardive sulla parata militare russa in Italia e addirittura sospettano che dietro il no all’aumento delle spese militari della Nato, che poi alla fine è stato un sì al primo «bu» che gli hanno rivolto gli adulti nella stanza di governo, ci sia il timore che Putin abbia registrato la famosa telefonata con cui Conte ha aperto all’esercito russo le strade del nostro paese allora in pieno lockdown. Insomma, una versione sciuè sciuè del famoso kompromat (materiale compromettente) detenuto da Putin a proposito di certi affari moscoviti di Trump. 

Come ha ricordato Francesco Cundari, Conte ha cominciato la legislatura da capo del governo più di destra dai tempi di Gengis Khan e si appresta a chiuderla da leader della sinistra radicale antiamericana e antioccidentale. 

Coloro che hanno abboccato alla fase “leader del centrosinistra moderato” credono che la parabola di Conte sia trasformista, ma in realtà è assolutamente coerente ed era prevedibile fin dal primo giorno: a voler dare nobiltà al pensiero politico di Conte, l’avvocato non si è mai mosso da dove è partito perché nasce come leader del populismo di destra e finisce come leader del populismo di sinistra, sempre antioccidentale, sempre anti americano, sempre anti sistema, sempre bipopulista. 

Oggi sembra tutto incredibile, ma a questo punto sarebbe il caso che il Pd, i giornali, le tv e gli intellettuali d’area che tardivamente cominciano a prendere le distanze da Conte, e che quindici mesi fa, a Giuseppi piacendo, hanno fatto di tutto per non far arrivare Mario Draghi a Palazzo Chigi e poi, tre mesi fa, per rimuoverlo dal governo, rinuncino espressamente al contismo e ai suoi derivati, riconoscano di aver spacciato al paese una gigantesca e pericolosa sòla.

La scelta contiana va cestinata nella pattumiera della cronaca e con essa anche quella che porta gli Orsini e simili, ovvero l’ultima versione bellica di questo gioco bipopulista, a rimuovere i dati di fatto dal dibattito pubblico. 

Non serve un’autocritica né scusarsi, per carità, ma nemmeno far finta di non aver costruito l’epica del leader fortissimo che il mondo ci invidiava. 

Se una Bad Godesberg pare troppo, chiamiamola “la svolta di Volturara Appula”.

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