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L’ultima sede del Partito Socialista Italiano, ricordo di via del Corso

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Correva l’anno 1997 ed ero agente di Polizia. Per una mattina e poi una notte venni mandato a svolgere il mio servizio all’Aran, a Roma, in via del Corso n. 476. Un indirizzo che aveva un significato ben preciso, perché lì c’era stata, sino al 1994, la sede del PSI, uno dei punti cardinali della “Prima Repubblica”, da poco seppellita dalla stagione di Tangentopoli. Mi avvicinai al palazzo, all’inizio del turno, con un misto di emozione e di curiosità. Al piano terra notai il busto di Sandro Pertini, in una collocazione, per la verità, non di gran risalto. L’attribuii al fatto che Bettino Craxi, secondo la vulgata, aveva avuto con l’ex Presidente della Repubblica un rapporto, a tratti, burrascoso.

Entrai nell’ascensore: “Piano terra”, recitava una voce registrata; poi: “L’ascensore va al quarto piano”. Una postuma esibizione di lusso, valutai allora. La mattinata passò senza scossoni, sino a quando, attraverso una porta semiaperta, non intravidi un busto di Garibaldi, di fronte a un tavolo ovale; era, capii immediatamente, la mitica “Sala Garibaldi”, appunto, destinata alle riunioni della segreteria politica del PSI. Per un attimo, ebbi l’impressione di avere di fronte a me Bettino Craxi e Gennaro Acquaviva, più in là Claudio Martelli, dalla parte opposta Claudio Signorile, poi gli altri componenti la segreteria. Fu durante il turno di notte, però, che il mio servizio prese i contorni del viaggio nella storia. Iniziai le perlustrazioni scendendo al terzo piano, non occupato dall’Aran. Gli ambienti, le sale, gli arredi erano ancora del PSI. Alle pareti i manifesti con le campagne propagandistiche, i titoli dei congressi e delle conferenze programmatiche che avevano segnato, in particolare, l’era craxiana. Una foto immortalava l’ex segretario in primo piano, di tre quarti, con una sciarpa e un cappello di colore beige. Nelle stanze, gettati a terra o poggiati in qualche residuo scaffale, carte e volantini. La sensazione era di trovarsi in un luogo abbandonato di fretta, come in fuga da un nemico. Attaccato con lo scotch, un avviso che dava il senso delle ristrettezze economiche dell’ultima fase: “Si ricorda ai compagni che l’acquisto dei francobolli deve essere autorizzato dalla segreteria amministrativa”.

La collocazione degli ambienti, nel ricordo, un po’ si confonde. Mi pare però che fosse proprio al terzo piano l’altra sala, più ampia, intitolata a Pietro Nenni; vi si riuniva la direzione del partito, con una frequenza assai minore della segreteria politica, secondo una dinamica verticistica e leaderistica che sembrava essere una prerogativa (negativa) del partito socialista. Ancora non sapevamo a cosa avremmo assistito negli anni a venire. Tornai al quarto piano e, superata la “Sala Garibaldi”, entrai nell’ufficio che attribuii a Craxi, poi nei due adiacenti, che invece immaginai destinati ai vice segretari (ed uno in particolare, ma non so perché, a Claudio Martelli). Erano ambienti moderni, con soppalchi e vetrate. Sembravano più studi di architetti che uffici di dirigenti politici; almeno, secondo l’idea che avevo io della classe politica della Prima Repubblica.

In quegli allestimenti si esprimeva la cultura milanese dell’attico, contrapposta alla concezione tradizionale che – a Botteghe Oscure come a Piazza del Gesù – voleva l’area nobile al primo piano, con l’ufficio del segretario e il balcone per i comizi delle serate di successo elettorale. Dallo studio di Craxi si accedeva a uno stanzino modesto, per dimensione e arredi, nel quale era posizionato un letto. Poggiato a terra, un quadro che raffigurava Garibaldi. La sensazione era di entrare in casa d’altri, in un luogo talmente identificato con chi ci aveva vissuto, che veniva da chiudere la porta. Feci così. Chiusi la porta alle mie spalle e scesi le scale, sentendomi un po’ in colpa. Avvertii l’esigenza di uscire sul terrazzo che si affaccia su Piazza Augusto Imperatore. L’aria di Roma era dolce, contrapposta alle asprezze che quei luoghi evocavano. Stava finendo il millennio, il secondo dai tempi in cui era stata edificata l’Ara Pacis, a pochi metri da me per una operazione posticcia di demolizione e ricostruzione in un sito diverso. Le persone, i luoghi, i momenti passano, pensai. Restano le loro storie. Che poi sono le nostre. All’uomo, di oggi e di domani, il compito di raccontarle. Con rispetto e verità, possibilmente. Con questa consapevolezza mi sentii, una volta di più, insieme alla comunità che aveva abitato in quelle stanze, una misteriosa e infinitesimale parte del tutto.

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