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L’Italia digitalizzata guarda sempre più Tv, sia da schermo che da smartphone

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Nel nostro Paese, degli schermi non si può più fare a meno, in casa e fuori. Le smart Tv domestiche e gli smartphone guidano la corsa degli italiani verso la digitalizzazione, consolidando le nuove modalità di fruizione dei contenuti televisivi (la visione, live e on demand, di programmi in modo continuativo o frammentato).

È quanto emerge dal quarto Rapporto Auditel-Censis che si intitola – non a caso – “L’Italia multiscreen: dalla Smart Tv allo schermo in tasca, così il Paese corre verso il digitale”, presentato nella mattina di venerdì 19 novembre in Senato.

L’esperienza digitale di massa innescata dalla pandemia ha mostrato la capacità di adattamento degli italiani, che hanno reagito al virus cimentandosi con le nuove tecnologie e con le attività a distanza, apprezzandone anche il valore e gli effetti positivi.

Crescono in questo modo gli ascolti della tv lineare, ma non solo: aumenta parallelamente anche il numero di coloro che si connettono alla rete per guardare i programmi trasmessi in contemporanea sul televisore tradizionale (7 milioni e 300mila italiani, con un incremento di quasi il 25% rispetto al 2019).

Sono molte le evidenze emerse nel Rapporto. In primo luogo, la crescita generale degli schermi e delle connessioni web: gli schermi all’interno delle case sono 119 milioni e 400mila (+6,2% negli ultimi due anni), con una media di 5 schermi per ogni famiglia. I nuclei familiari connessi sono il 90,2% del totale (+3,6% dal 2019), mentre quelli che possiedono una connessione sia fissa che mobile sono il 59,4% (+6,2%).

Quasi 4 milioni di individui, poi, utilizzano la smart Tv per navigare sui siti internet. I dati sulle fruizioni individuali che emergono, poi, sottolineano come la smart Tv rappresenti infatti una porta d’accesso ad internet per oltre 22 milioni di italiani, la maggior parte dei quali la utilizza per attivare le applicazioni on demand. Crescono anche gli smartphone, che sono oltre 48 milioni, così come i pc collegati (quasi 20 milioni) e i tablet (7 milioni e 700mila).

Nel frattempo, cambiano le modalità di visione: ben 3,5 milioni di italiani scaricano film dalla rete (legalmente) e oltre 13 milioni guardano sulle piattaforme televisive on demand contenuti streaming. Inoltre, 24 milioni di italiani utilizzano le diverse piattaforme disponibili (perlopiù a pagamento), con una forte crescita del numero di coloro che li guardano frequentemente: sono 16 milioni e 600mila e sono aumentati dell’86% solo nell’ultimo anno.

Ma ci sono anche gli esclusi, le vittime del cosiddetto digital divide. La folla dei “precari digitali” conta nel nostro Paese 2 milioni e 300mila famiglie non connesse. Si tratta, soprattutto, di nuclei composti da soli anziani o individui che si trovano in una condizione di forte precarietà socioeconomica: spesso combinano la mancanza di risorse materiali con la carenza di cultura e di abilità digitali.

Altro dato da segnalare: quasi sei milioni degli apparecchi televisivi presenti nelle case italiane (il 13,2% del totale) si possono considerare oggetti di antiquariato, in quanto prodotti acquistati più di 10 anni fa (e nel Rapporto c’è una zona grigia composta da quasi 12 milioni di televisori per cui non è stato possibile risalire alla data d’acquisto).

Ciò si traduce in un ammasso di televisori che oggi non sono compatibili con il digitale terrestre di seconda generazione (perché privi dello standard DVB-T2 con il nuovo sistema di codifica HEVC Main10). Si tratta di un dato abbastanza allarmante: 27 milioni e 700mila tubi catodici posseduti da 12 milioni di famiglie (il 51,2% del totale) sono esclusi dalla programmazione prevista dal sistema di trasmissione del segnale digitale.

Va aggiunta un’altra nota dolente: l’Italia sembra vederci ancora sgranato. Sono ben 8 milioni e 400mila, infatti, gli apparecchi posseduti da 3 milioni di famiglie italiane (12,8% del totale) che non dispongono dei requisiti per il primo step, avviato lo scorso 20 ottobre, di passaggio all’alta definizione.

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