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La storia di Bernie Ecclestone, l’ex Napoleone della Formula 1 arrestato in Brasile

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Per decenni lo hanno chiamato Napoleone. Un po’ perché era il sovrano della Formula 1, un po’ perché è alto un metro e 59. Ed è probabile che Bernie Ecclestone gradisse l’accostamento a un imperatore, visto che non crede “nella democrazia, ma nella dittatura”. Nel 2009 ha affermato che è stato un errore abbattere i regimi di Saddam Hussein in Iraq e dei talebani in Afghanistan – “erano gli unici che potevano controllare i loro paesi” – e ha elogiato Hitler come uomo “in grado di comandare molta gente e di fare le cose”. Qualche giorno dopo ha ammesso di “essere stato un idiota”, ma l’anno seguente ha ribadito che “la democrazia non è un modo per far funzionare le cose”. Un concetto ripetuto in varie interviste, inclusa quella in cui ha detto che “si beccherebbe una pallottola per Putin”.

Ecclestone, in ogni caso, non ha bisogno di parlare di politica per scandalizzare. Sempre nel 2009, secondo la Folha de S. Paulo, principale quotidiano brasiliano, avrebbe dichiarato che “la morte di Senna fu un bene per la Formula 1. Molta gente che non aveva mai sentito parlare di F1 ha cominciato a interessarsi al nostro sport”.

A 91 anni, Ecclestone è tornato sui giornali per il suo arresto all’aeroporto Viracopos di Campinas, in Brasile: la polizia, con uno screening a raggi X, ha trovato una pistola nel suo bagaglio. Ecclestone, rilasciato su cauzione, ha detto che non sapeva di avere l’arma con sé.

La storia di Bernie Ecclestone

Bernie Ecclestone è nato nel 1930 nella contea del Suffolk, nell’Inghilterra orientale. Figlio di un capitano di peschereccio, a 16 anni lasciò gli studi per andare a lavorare come assistente in un laboratorio chimico. Nel dopoguerra provò a diventare pilota di auto e di moto e si finanziò con la compravendita di pezzi di ricambio.

È stata proprio questa attività a rendere ricco Ecclestone: la sua carriera agonistica è stata stroncata da un incidente sul circuito di Brands Hatch, ma la compravendita di ricambi si è evoluta in Compton & Ecclestone, una delle principali concessionarie di auto usate della Gran Bretagna.

Il campione del mondo postumo

Ecclestone tornò nel mondo delle competizioni sul finire degli anni ’50: divenne manager di alcuni piloti, acquistò la scuderia Connaught e tentò di qualificarsi al Gran Premio di Monaco del 1958. Già nello stesso anno, però, abbandonò le corse per la seconda volta, quando un suo pilota, Stuart Lewis-Evans, morì in un incidente al Gran Premio del Marocco.

Fu un altro addio temporaneo. Negli anni ’60 Ecclestone divenne infatti il manager di Jochen Rindt, pilota austriaco che la Bbc, nel 2012, ha messo al 20esimo posto nella sua classifica dei più grandi di sempre in Formula 1. La sua terza avventura sportiva, però, finì come la seconda. Il 5 settembre 1970, a Monza, Rindt perse il controllo della sua Brabham durante le qualifiche della quartultima gara della stagione, finì contro il guard rail alla curva Parabolica e morì durante il trasporto in ospedale. I punti accumulati fino ad allora furono sufficienti a trasformarlo nel primo – e tuttora unico – campione del mondo postumo nella storia della Formula 1. Ecclestone lasciò di nuovo le competizioni.

L’era di Bernie Ecclestone

Il terzo addio fu il più breve: già due anni dopo, Ecclestone comprò la stessa Brabham. La diresse fino al 1987 e la portò a due titoli mondiali piloti, con Nelson Piquet.

Assieme ai proprietari e ai manager delle altre scuderie inglesi – Frank Williams della Williams, Colin Chapman della Lotus, Teddy Mayer della McLaren, Max Mosley della March e Ken Tyrrell della Tyrrell -, nel 1974 fondò la Formula one constructors association (Foca). Un’organizzazione che per anni si sarebbe contrapposta alla Federazione internazionale dell’automobile (Fia), organizzatrice del Mondiale di Formula 1. Fino al cosiddetto Patto della concordia, che assegnò alla Foca la gestione dei diritti televisivi. Nel 1987 Ecclestone fu nominato vicepresidente della Fia con delega agli affari promozionali.

La nuova F1

In questa veste Bernie Ecclestone ha cominciato a trasformare la Formula 1: da un’organizzazione gestita in modo quasi amatoriale alla multinazionale di oggi. Negli anni ’90 è diventato anche il dirigente più pagato del mondo: nel 1998, il suo stipendio era di 54 milioni di sterline.

Nello stesso periodo il suo nome entrò anche nella politica britannica. Nel 1997, alla vigilia delle elezioni che avrebbero portato al potere Tony Blair, Ecclestone donò un milione di sterline al partito laburista. Il primo governo progressista dopo 18 anni di Margaret Thatcher e John Major aveva in programma una legge contro le pubblicità delle sigarette. All’epoca molte scuderie erano sponsorizzate da grandi aziende del tabacco: la Ferrari da Marlboro, la Williams da Rothmans, la McLaren da West. La nuova norma risparmiò la F1. Lo scandalo rientrò solo quando Blair restituì la donazione.

La fine dell’impero

Oggi Bernie Ecclestone ha un patrimonio stimato da Forbes in tre miliardi di dollari ed è la 22esima persona più ricca del Regno Unito secondo la classifica Forbes Billionaires 2022. Ha valutato in passato l’acquisto dell’Arsenal, prima di virare sul Queens Park Rangers, comprato nel 2007 per 90 milioni di euro assieme a Flavio Briatore e rivenduto nel 2011. E non è più il sovrano della Formula 1.

Già nel 2005 aveva ceduto le sue quote di Formula One Group a Cvc Capital Partners, un fondo di private equity britannico. Un affare durante il quale Ecclestone, come ha ammesso nel 2013, pagò una mazzetta da 44 milioni di dollari a un banchiere tedesco. Si accordò alla fine per pagare altri 100 milioni e far archiviare il caso.

Ecclestone è rimasto amministratore delegato fino al 2017, quando Cvc ha venduto alla Liberty Media del miliardario statunitense John Malone. Di recente, l’ex imperatore ha detto che i nuovi padroni stanno producendo “una F1 in stile americano”. Non era un complimento. Già 13 anni fa Ecclestone aveva sintetizzato così la sua considerazione per gli statunitensi: “Probabilmente pensano che la Bosnia sia un quartiere di Miami”.

L’articolo La storia di Bernie Ecclestone, l’ex Napoleone della Formula 1 arrestato in Brasile è tratto da Forbes Italia.

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