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Cosa deve fare la Commissione per liberare l’Europa dal ricatto di Putin sul gas

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Dopo la sospensione delle forniture di gas a Polonia e Bulgaria, decisa da Mosca con l’avvicinarsi delle scadenze di pagamento e il rifiuto di pagare in rubli, a Bruxelles si teme che il fronte europeo, finora compatto nelle sanzioni verso il Cremlino, possa iniziare a scricchiolare. Per evitarlo, la Commissione Europea dovrà varare una serie di misure nella prossima settimana in grado di chiarire come procedere, sollevando le compagnie europee dall’impasse in cui rischiano di trovarsi.

La decisione di colpire Sofia e Varsavia, del resto, è prima di tutto un avvertimento per i Paesi più dipendenti dalla Russia per l’energia, e punta sulla possibilità di indebolire il fronte europeo in vista della fine di maggio, quando scadranno i termini di pagamento per le forniture di diversi Stati membri. 

Ma se la mossa russa colpisce così nel segno, in effetti, è anche a causa di una mancanza di chiarezza di fondo da parte della Commissione. Mosca, infatti, chiede i pagamenti per le forniture russe vengono effettuati presso Gazprombank, la banca russa con sede in Svizzera. I pagamenti verso i conti della banca possono continuare a essere in euro o in dollari, a patto però che venga creato un secondo conto in cui trasferire poi la somma versata, questa volta in rubli. Per la Russia, il pagamento non è effettivo fintanto che non c’è la conversione.

In una nota pubblicata la settimana scorsa, la Commissione Europea fa notare come versare denaro in un conto presso Gazprom non violi nessuna sanzione, a patto di farlo in euro o dollari. A quel punto, però, la conversione sul secondo conto dovrebbe essere fatta dalla banca stessa, che nel processo coinvolgerebbe la banca centrale russa con operazioni sulle sue riserve: in questo caso, il versamento sarebbe di fatto un prestito alla Russia, violando le sanzioni. 

Di fronte a questo scenario, molti Stati membri sono oggi indecisi sul da farsi, e la necessità di continuare a ricevere gas si scontra con la volontà di non violare le sanzioni.

Il rischio concreto è che gli Stati membri agiscano in maniera non coordinata: la cosa non sono renderebbe più complessa ogni ulteriore decisione di Bruxelles, ma farebbe esattamente il gioco di Putin. L’unità europea nelle sanzioni, infatti, è stata finora determinante sul piano della risposta politica all’invasione dell’Ucraina, determinando una serie di effetti economici rilevanti per la Russia e spiazzando Putin, che ha sempre giocato sulle divisioni interne all’UE e nelle difficoltà che queste determinavano quando si trattava di discutere di risposte unitarie. 

Germania, Austria, Ungheria e Slovacchia starebbero pensando di aprire un secondo conto presso Gazprombank per trovare una soluzione al problema, e in questa direzione potrebbe muoversi anche l’italiana Eni. L’agenzia austriaca OMV ha affermato di star lavorando a una soluzione in questo senso, e il Ministro dell’Economia tedesco Robert Habeck ha affermato che anche le aziende tedesche stanno ragionando su simili scenari. 

Attualmente, l’indicazione della Commissione Europea è di versare la somma per le forniture in euro, specificando a Gazprom che considerano in questo modo assolta la loro parte, in linea con i contratti. A quel punto, dovrebbe essere Gazprom a effettuare la conversione. Questa soluzione, però, sta ricevendo una serie di critiche a causa del fatto che presupporrebbe una forma di cooperazione con la Russia. Il primo ministro bulgaro Asen Vasilev, ad esempio, ha dichiarato di non ritenerla «una vera opzione», facendo notare in aggiunta come non sia possibile assicurarsi che la Russia effettui la conversione, di fatto facendo perdere ai Paesi UE ogni controllo sui versamenti. Alcuni funzionari della Commissione, inoltre, hanno sostenuto come il pagamento in due passaggi, in caso di intervento della Banca Centrale russa, possa addirittura configurarsi come un prestito alla Russia. 

A livello politico la situazione dimostra che l’uso delle forniture di gas come arma di pressione verso l’Europa da parte di Mosca è diventato effettivo, dopo essere stato paventato a lungo già da prima dell’invasione. Proprio in quest’ottica, nelle scorse settimane molti Stati membri hanno iniziato a diversificare le loro fonti energetiche, riducendo la dipendenza dal gas russo (Berlino, ad esempio, importava il 55% del gas da Mosca: oggi rappresenta il 35% delle importazioni). Ma un completo embargo, così come richiesto da una risoluzione del Parlamento Europeo, oggi sembra impossibile: per diversi Stati membri significherebbe recessione, con effetti drammatici su occupazione e crescita, oltre che sulla produzione e sulla vita quotidiana dei cittadini. Un prezzo che, a oggi, nessuno sembra disposto a pagare. 

In questo scenario, saranno decisivi i chiarimenti attesi per la settimana prossima, in cui la Commissione dovrebbe fornire ai Paesi UE una linea unitaria in materia di pagamenti. Al tempo stesso, un nuovo pacchetto di sanzioni è atteso nei prossimi giorni, e aumenta l’attenzione verso un embargo totale dell’import di petrolio russo, dopo che quest’ipotesi è stata citata esplicitamente da von der Leyen parlando delle misure della prossima settimana. Mosca ha perso l’8% del Più in seguito alle sanzioni, e una misura di questo tipo potrebbe rendere ancora più difficile proseguire lo sforzo bellico. 

Parallelamente, però, si pone per la Commissione il tema di riuscire a far pesare tutta la rilevanza economica dell’UE per la Russia. Se l’Europa è dipendente dal gas russo, la Russia ha verso Bruxelles il suo principale mercato di esportazione energetica. Un blocco totale dell’import avrebbe forti contraccolpi anche sulla già provata economia russa, ed eventuali nuovi accordi di fornitura verso la Cina vedrebbero quest’ultima operare da una posizione di forza, riuscendo probabilmente ad imporre prezzi molto convenienti, complicando la situazione di Mosca. In questa prospettiva, centrale sarà anche riuscire a portare sulla linea di condanna alla Russia diversi Paesi africani oggi titubanti, che potrebbero costituire dei partner importanti per Mosca in ottica di compensazione degli effetti delle sanzioni. 

Sull’Africa, infatti, puntano sia l’Europa per diversificare le forniture che il Cremlino per trovare nuovi mercati, e la Russia ha col continente solidi legami. Solo 28 dei 54 Paesi africani si sono schierati con Kiev nella risoluzione ONU che chiedeva il ritiro delle truppe russe dall’Ucraina «immediatamente, completamente e incondizionatamente».

Per il gas, quindi, passa non solo la tenuta dell’economia europea, ma anche l’unità degli Stati membri e un parte rilevante dei rapporti di forza geopolitici dell’UE. La prossima settimana, la Commissione è chiamata a evitare il blocco europeo si sfaldi, con i singoli Paesi che agiscono singolarmente. I chiarimenti sui pagamenti sono solo una parte dell’operazione: da Annalena Baerbock, ministra degli Esteri tedesca che la scorsa settimana ha affermato come affinché la Germania sia in grado di rinunciare al gas di Mosca serva un «quadro di azione europea», fino alla proposta di Draghi di un prezzo comune del gas, oggi la partita politica per Bruxelles è disarticolare il ricatto putiniano.

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