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Come si vive in un mondo più caldo?

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Sappiamo perché lo abbiamo imparato, anche se ci è voluto del tempo che il riscaldamento globale non è una questione di percezione del calore. Che è un fenomeno che non riguarda noi, singole persone e il caldo che possiamo provare con le fibre del nostro corpo e i tessuti della nostra pelle: riguarda semmai quella differenza di temperatura che, sebbene sia solo di qualche grado, impatta sugli ecosistemi in modo grave e probabilmente irreversibile. Sappiamo, insomma, che il riscaldamento globale non è questione di sensi, ma di misurazioni. Di macro, e non di micro

Il problema del global warming non si traduce nel provare caldo, così come non diamo nessun ascolto ai negazionisti climatici che, per dimostrare l’inesistenza del problema, mostrano foto di cime innevate o termometri a -5. Sappiamo astrarre. Il problema è ciò che succede lontano da noi e dai nostri corpi, il problema sono i miliardi di metri cubi di ghiaccio che si sciolgono nei poli, dove il clima, a volerlo descrivere dal nostro umanissimo punto di vista, rimane comunque rigido. Eppure, fatte queste premesse, del caldo che percepiamo potremmo parlarne, anzi, dovremmo parlarne. 

È vero che il riscaldamento globale è, per l’appunto, un fenomeno globale. E una singola giornata più fredda del solito, come una più calda, non significano assolutamente nulla. Ma è vero altrettanto che questo fenomeno così esteso e generale che modifica ecosistemi estesi per migliaia di chilometri e può compromettere i delicati equilibri climatici dal nord del Canada al Ghana, dall’Islanda alle isole Galapagos ha un effetto diretto anche sul caldo percepito da chi vive in alcune zone del mondo.

A voler semplificare al massimo potremmo dire che, nonostante l’aumento delle temperature globali non sia omogeneo, ci sono milioni di persone che questo aumento lo subiscono proprio sotto forma di eccessivo calore. Parliamo soprattutto di chi vive poco più a nord della fascia tropicale, nelle fasce desertiche e semidesertiche come il Sahel, in Africa, oppure dei cittadini del Sud est asiatico, o ancora di quelli di alcune zone dell’India o dell’Australia.

Le persone che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con un insopportabile aumento delle temperature sono milioni. Sono grandi numeri, che purtroppo la limitatezza del nostro pensiero ci impedisce di figurare, ed è per questo che Bbc, di recente, ha raccontato alcune storie personali di chi sta soffrendo di più il nuovo caldo.

Come quella di Shakeela Bano, che vive ad Ahmedabad, città indiana da oltre 5 milioni di abitanti in cui non di rado si registrano temperature oltre i 45 gradi. Bano, come molti suoi connazionali, non ha l’aria condizionata e vive in un appartamento angusto che offre, come unica fonte di refrigerio, un ventilatore da soffitto. I suoi nipoti, racconta lei stessa, sempre più spesso non riescono a dormire. Il tetto è stato pitturato di bianco, una soluzione che sempre più comunità stanno adottando di modo che la luce, riflessa maggiormente dal colore chiaro, riscaldi meno il cemento e il materiale del tetto.

Le notti insonni, grazie allo stratagemma architettonico, sono diminuite, ma sono comunque tante durante l’anno. Troppe. Anche perché il calore accumulato durante il giorno viene rilasciato dalla città durante la notte. Le città indiane che raggiungono, o superano i 45 gradi sono decine, e sono tante anche quelle in cui per diverse decine di giorni all’anno si superano i 50. È un caldo che fa ammalare, che mette a dura prova le energie dei più giovani e peggiora gli acciacchi dell’età dei più anziani, che peggiora sì il sonno, ma anche l’appetito e l’umore.

L’India di Shakeela Bano rimane comunque uno dei luoghi in cui la popolazione cresce, e l’economia fa lo stesso. Sembra insomma che una soluzione all’orizzonte ci sia: interventi architettonici, urbanistici e tecnologici potrebbero presto, grazie al boom industriale indiano, garantire refrigerio, protezione e assistenza sanitaria a una certa percentuale di cittadini del paese che, nel giro di un anno o poco più, diventerà il più popoloso al mondo.

Altrove però la situazione è decisamente peggiore. Sidi Fadoua, altro intervistato da Bbc, viene dal nord della Mauritania: è una zona caldissima, lo era già prima del progressivo riscaldamento globale dovuto alle attività umane. In poco tempo, così, è diventata invivibile. Anche il vicino sud del Marocco è desertico, paese molto più piovoso e ricco d’acqua perché più lontano dal Sahara, figurarsi la Mauritania. Persone come Fadoua non possono pensare di cavarsela dipingendo di bianco i tetti delle case. Devono semmai cambiare completamente le loro abitudini, lavorare di notte, se è possibile, o scappare, migrare e arrendersi all’evidenza che il posto in cui sono nate e cresciute non è più da considerare adatto a ospitare esseri umani.

Sidi Fadoua è uno dei tanti, tantissimi in questa fascia climatica, a soffrire il caldo non solo col fisico, ma anche per via di un’improvvisa impossibilità di mantenersi, di procurarsi cibo e sicurezza. Ha 44 anni, vive in un piccolo villaggio ai margini del Sahara e, come racconta lui stesso all’emittente britannica, fino a poco tempo fa lavorava nelle miniere di sale che puntellano le pianure di quello spicchio d’Africa. Oggi non è più possibile: il caldo, che già in passato metteva a dura prova la sudorazione, i reni, la pelle e la lucidità mentale, oggi può uccidere. “Non possiamo sopportare queste temperature” dice Fadoua, perché “non siamo macchine”. Molti connazionali di Fadoua, come in molte zone calde e desertiche dell’Africa, hanno sempre fatto gli allevatori, ma oggi il bestiame non ha più erba da brucare. La soluzione è prendere le proprie cose e migrare, trasferirsi altrove. Fadoua, scrive sempre BBC, “ha intenzione di emigrare nella città costiera di Nouadhibou, dove la brezza dell’oceano mantiene la città più fresca”. Non che le prospettive in questa città mauritana, la seconda più grande e popolosa del paese, siano rosee: ci si arriva salendo, se ci si riesce, sui grandi treni che dalle zone minerarie vanno verso la costa trasportando tonnellate di metalli. Lì, sulla costa, si può tentare di fare i pescatori, o forse si rimane disoccupati. D’altronde un pastore che decide, di punto in bianco, di andare a pescare non ha grandi possibilità di successo. Non sul breve periodo. Ma almeno si rimane vivi questo è il punto.

 

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