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Caso Pittelli, per Gratteri articoli e interrogazioni inquinano le prove: il super pm e la fifa per, l’ennesima, assoluzione

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Non resta che pensare che la procura di Nicola Gratteri ritenga l’avvocato Pittelli così potente da condizionare, con qualche avvelenamento dei pozzi, le stesse decisioni dei giudici. Diversamente da questa ipotesi, per quale motivo l’avvocato Giancarlo Pittelli sia tuttora un detenuto in attesa di giudizio, dopo due anni e mezzo dall’arresto, quando finì in una retata di ‘ndrangheta, nessuno lo sa spiegare. È in detenzione domiciliare, dopo un ping-pong tra Procura della repubblica e giudici, ma i suoi inquirenti-inquisitori lo vogliono di nuovo in galera. E ieri si è tenuta la prima vera udienza di un “processetto” che dovrebbe decidere, sulla base dell’articolo 274 del codice di procedura penale, se esistano motivi formali e di fatto, cioè esigenze cautelari, per cui l’ex senatore di Forza Italia debba continuare a essere rinchiuso.

Nella sua abitazione, dove è oggi, dopo la decisione del tribunale di Vibo Valentia del 9 febbraio, oppure di nuovo sbattuto in qualche carcere speciale, come è già accaduto e come vorrebbe la Procura di Nicola Gratteri. Se ieri è stata la prima vera udienza del “processetto” è perché nella precedente del 22 marzo i procuratori si erano fatti precedere da un bel malloppo di scartoffie, sconosciute alla difesa, contenenti, secondo la loro lettura, prove inequivocabili della perseverante capacità dell’avvocato Pittelli di avvelenare i pozzi, cioè di inquinare le prove. Ormai non occorre più nemmeno la laurea in giurisprudenza, visto che anche un semplice frequentatore di talk show sa che per tenere in galera (o nella galera domiciliare) una persona prima del processo, occorre il rischio che si verifichi almeno una delle condizioni previste dalla norma. Ed essendo più che escluse, e addirittura lunari, le possibilità che Giancarlo Pittelli decida di espatriare o di ripetere il reato di “concorso esterno” (che essendo un reato fantasma non può essere reiterato), il bandolo della matassa non può essere che un sospetto di inquinamento.

In effetti la Procura di Catanzaro non ha tutti i torti. Di pozzi, questo imputato ne ha avvelenati parecchi lungo il percorso delle indagini e del processo “Rinascita Scott”, il fiore all’occhiello che renderà il dottor Gratteri più famoso di Giovanni Falcone. Quello che potrebbe aprirgli le porte, magari proprio oggi, con la decisione del Csm, della Procura nazionale Antimafia. Perché ogni tanto capita che l’opinione pubblica non riceva solo le comunicazioni delle conferenze stampa dei procuratori. Ogni tanto anche i difensori, o magari lo stesso imputato, e gli amici che credono nella sua innocenza, riescono a far sentire la propria voce, e questo dà molto fastidio. Più che fastidio, addirittura reazione forte, visto che la famosa lettera che l’avvocato Pittelli aveva mandato dalla propria detenzione domiciliare alla ministra e deputata Mara Carfagna è diventata pretesto per un ordine di custodia cautelare in carcere. Neanche fosse stata indirizzata a Matteo Messina Denaro. “Ma la cosa assurda –lo fa notare uno dei due difensori, l’avvocato Guido Contestabile– è che con quella decisione Giancarlo è stato mandato laddove di lettere ai parlamentari può mandarne quante vuole, cioè in prigione”. Ammesso e non concesso che dai domiciliari scrivere a un deputato sia illegittimo, come ha sostenuto in aula l’avvocato Salvatore Staiano.

Ma il fastidio che ha suscitato la reazione forte dei magistrati si è moltiplicato strada facendo, tanto che il famoso malloppo consegnato dalla Procura ai giudici in vista dell’udienza del 22 marzo, conteneva articoli del Riformista, interviste di Vittorio Sgarbi e addirittura interrogazioni di parlamentari. Quasi fossero prove a carico. Il concetto è semplice e paradossale insieme. Perché tutte queste manifestazioni di interesse per il “caso Pittelli” sarebbero in realtà inquinamenti di prove con la finalità di condizionare i giudici. Seguiamo i ragionamenti svolti nell’udienza di ieri dagli avvocati Contestabile e Stajano. Prima di tutto: di quali prove stiamo parlando? Quelle che i rappresentanti dell’accusa e il giudice delle indagini preliminari hanno ritenuto sufficienti per mandare a giudizio l’avvocato Pittelli sono depositate al processo “Rinascita Scott” che si sta celebrando nell’ aula bunker di Lamezia.

Quindi inquinamento di che cosa? Del processo? La verità è che questi procuratori hanno poca fiducia nei giudici, e di conseguenza sono prede di una vera fifa blu ogni volta che i tribunali assolvono, come sta capitando sempre più spesso nei processi conseguenti a retate raffazzonate che mescolano le mele con le pere, e i mafiosi con i cittadini per bene. E sempre più spesso gli avvocati, il cui status viene fatto coincidere con quello dell’assistito e addirittura con il reato di cui questi è imputato. Che cosa si sta discutendo quindi in quest’aula dove si celebra il “processetto” che dovrà decidere se le manette ai polsi dell’avvocato Pittelli debbano essere reali (galera) o solo virtuali (domicilio)? Si sta verificando se la mobilitazione degli amici in favore di Pittelli e le iniziative giornalistiche e parlamentari che lo riguardano siano in grado di condizionare i giudici. Il che è molto grave, perché vuol dire che questi pubblici ministeri ritengono i tribunali soggetti condizionabili. E forse preferirebbero che proprio non esistessero, o fossero tutt’uno con le Procure, come ai tempi dell’Inquisizione.

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