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Brucia l’aria, il mondo al contrario dove si trova pace in carcere

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A bruciare non è solo l’aria nell’ultimo romanzo di Omar Di Monopoli (Brucia l’aria, Feltrinelli, pp. 208), ma la pagina, ogni pagina del suo racconto, in virtù di quell’intreccio avvintissimo già noto ai suoi lettori tra costruzione incalzante della trama, creazione di personaggi tutti immediatamente sbozzati e lingua, che incede sontuosa, che incombe e frastorna, ed è onnivora quanto gli incendi appiccati dolosamente per inghiottire l’intera vita di un territorio.

L’intreccio, dunque: Rocco Caraglia guida le autobotti che portano l’acqua, viene da anni di carcere per omicidio avendo preso parte alla vita malavitosa di zona e mantiene in un casale mezzo fatiscente la madre invalida e il fratello minore, neppure diciottenne e dedito alle scommesse sulle lotte canine. Aveva una fidanzata, Nunzia, che oggi assiste sua madre, e ha sposato Vittorio, un metronotte disintossicatosi dalle droghe dopo essere divenuto marito e padre. Nel paese accade un brusco mutamento di potere criminale, Santo Minghella viene eliminato, e prende il suo posto Precamuerti, con i suoi due fidi fratelli Cascarano. Il paese di Languore viene affidato, per competenza, all’ex mandatario di Santo, Peppo Canzirru, sorta di gnomo culturista, amico di Rocco, ma destinato a commettere tutti insieme una serie di omicidi efferati proprio ai danni di persone legate, più o meno intensamente, a Rocco stesso. Il meccanismo dell’intreccio riceve però il suo sigillo più autentico dal fatto che sui vivi aleggiano le storie dei morti, e soprattutto di quella del padre di Rocco, Livio, che fu pompiere e fu trovato morto carbonizzato a seguito del terribile incendio del 1990.

Queste ombre pesano sulle generazioni senza scampo, e costituiscono dell’intreccio il vero punto di forza. Lo spirito tragico anima poi i singoli personaggi, tutti ammantati dalla miseria di un destino fatalmente irridente, tutti allo stesso modo privati della libertà di movimento, e tutti arroventati da una specie di furia di distruggere la noia appiccando il fuoco alla monotonia dei propri giorni: anche quando dicono di volersene stare quieti in un canto di mondo, partono lancia in resta, come il grandioso personaggio di Pilurussu, fratello inane e sconfitto di Santo Minghella che pure va a immolarsi con spreco eroico. Lo stesso vale per i personaggi minori (la madre ludopatica di Vittorio, l’apparizione d’oltretomba – sempre teatralmente risolutiva – del vicino di casa dei Caraglia, Mezzafacci), tutti riconoscibili come in un severo, sanguinoso bassorilievo altomedievale. La dura ala del destino di violenza e morte che trapassa intreccio e personaggi s’invera nell’andatura stessa di una lingua che è un marchio che va imprimendosi nello sguardo e sul palato del lettore.

«Lente come pecore, legioni di campagnoli inurbati, vestiti di gala grezza, i colli allegri di sapone recente, muovevano verso la chiesa maggiore moltiplicandosi placidi in file affollate, ottuse, grinfianti parrucconi di zucchero filato»: è il suono remoto di una delle terre del Sud, che fa l’eco al caldo mostruoso della piena estate, per arrivare al lamento finale, secondo cui soltanto ritornando in carcere – angosciante forma di rieducazione della pena – Rocco può trovare pace ai suoi giorni.

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