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Benvenuti nell’era dell’economia istantanea

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La pandemia è stata il motore del cambiamento per molti settori. Dai mezzi di comunicazione a quelli di trasporto, dagli spazi abitativi ai luoghi di lavoro, l’ultimo anno e mezzo ha stravolto abitudini e pratiche consolidate più o meno in ogni aspetto della nostra quotidianità, compresa l’economia. Non solo nei numeri, nei buchi di bilancio, nella carenza di materie prime o nel tasso di disoccupazione. La pandemia ha accelerato il tracciamento dei dati economici.

Ci sono sensori ovunque: pagamenti contactless, visite ai siti internet, smartwatch, app di ogni tipo; ma anche nelle auto che corrono sulle autostrade, nei container che viaggiano in mare, nei voli e nelle operazioni di passeggeri che prenotano la prossima corsa di un treno.

La prima e più grande conseguenza di tutto questo è la tracciabilità in tempo reale di un pagamento, di una qualsiasi operazione microeconomica, magari fatta da uno smartphone, tramite una nuova app. E questo permette a governi e banche centrali di non aspettare i risultati di sondaggi e indagini di mercato – che di solito hanno tempi lunghissimi – per capire l’evoluzione dei trend economici.

Per questo oggi molti economisti, come Raj Chetty dell’Università di Harvard, preferiscono lavorare in studi pieni di analisti che macinano numeri anziché scervellarsi nella stesura della prossima grande teoria economica. E le compagnie come JPMorgan Chase hanno aperto banche dati sui saldi bancari e sulle fatture delle carte di credito per aiutare le banche ad analizzare le preferenze dei consumatori.

Sono dati fruibili praticamente in tempo reale. E questa è la parte più intrigante della storia. Ne parla l’Economist nel nuovo servizio di copertina del suo settimanale, raccontando le trasformazioni dell’economia partendo dall’aumento vertiginoso del tracciamento dei dati, una tendenza che aumenterà con una maggior penetrazione della tecnologia nell’economia.

«Qualcuno capisce veramente cosa sta succedendo nell’economia mondiale? La pandemia ha fatto sembrare ignoranti molti osservatori», scrive il magazine britannico nell’incipit del suo articolo principale. «Eppure l’era dello smarrimento sta iniziando a lasciare il posto a una maggiore illuminazione: il mondo è sull’orlo di una rivoluzione economica grazie alla qualità e la tempestività delle informazioni».

Il funzionamento del mercato dei dati, almeno a grandi linee, lo si conosce già. Le grandi aziende, da Amazon a Netflix, da Google a Facebook, utilizzano i dati per monitorare le consegne di generi alimentari, le preferenze nelle ricerche online, e per sapere quante persone seguono la nuova serie tv coreana o il film più premiato agli Oscar.

Adesso con il rilevamento in tempo reale dei dati microeconomici governi e banche centrali stanno provando a sperimentare nuove forme di monitoraggio e analisi delle informazioni. « I risultati sono ancora rudimentali, ma man mano che i dispositivi digitali, i sensori e i pagamenti veloci diventeranno onnipresenti, la capacità di osservare l’economia in modo accurato e rapido migliorerà», si legge nell’articolo.

Il primo e più importante output dell’economia del tracciamento potrebbe essere estremamente positivo: questa trasformazione porta con sé la promessa di un migliore processo decisionale del settore pubblico. Dati più tempestivi riducono il rischio di errori di valutazione da parte della politica.

Diventa più facile, ad esempio, capire se il calo dell’attività produttiva registrato in un determinato mese stia per diventare un crollo verticale dell’economia. E miglioreranno anche le leve che i governi possono azionare. Un utilizzo sapiente dei dati in tempo reale, durante una crisi, potrebbe consentire di mirare con precisione i provvedimenti da prendere.

«La rivoluzione in tempo reale promette di rendere le decisioni di politica economia più accurate, trasparenti, efficienti. Ma porta anche dei pericoli», avvisa l’Economist. Intanto perché i nuovi indicatori possono essere fraintesi, come d’altronde accadeva anche con i vecchi dati elaborati in tempi lunghi. Poi c’è l’eterno ritorno del tema delle grandi aziende: i colossi digitali come Facebook potrebbero accumulare un’enorme mole di dati, sommando un vantaggio competitivo incolmabile per i competitor. Quello di Facebook non è un esempio casuale: in settimana ha lanciato un portafoglio digitale che, dicono alcuni osservatori, in futuro potrebbe portarli ad avere più informazioni sulla spesa dei consumatori rispetto alla Federal Reserve.

Va fatta però una precisazione. La sete di dati, in economia, non è una novità del mondo digitalizzato del XXI secolo. Negli anni ‘50 un giovane Alan Greenspan – non ancora presidente della Federal Reserve – decise di monitorare il traffico di vagoni merci degli Stati Uniti per fare delle stime preliminari sulla produzione di acciaio. Poi negli anni ‘80 Walmart ha rivoluzionato il monitoraggio delle supply chain, creando un nuovo modello di lavoro in tutto il settore privato grazie alla maggior tempestività dei dati e delle informazioni che circolavano all’interno dell’azienda.

«Le cifre ufficiali tracciate dagli economisti, pensate al Prodotto interno lordo o all’occupazione, arrivano con ritardi di settimane o mesi e sono spesso le stime vengono corrette più volte nel corso delle settimane. E la produttività di uno Stato richiede anni per essere calcolata con precisione. È solo una leggera esagerazione dire che le banche centrali fino a oggi vanno un po’ alla cieca», si legge sull’Economist.

I nuovi dati a disposizione non solo sono abbondanti, ma anche immediatamente leggibili, perché riguardano transazioni perfettamente riconoscibili, come le singole operazioni d’acquisto di un comune cittadino. «Le raccolte di dati tempestivi e granulari sono per l’economia ciò che il microscopio è stato per la biologia, aprono un nuovo modo di guardare il mondo», si legge in un articolo presente sullo stesso numero dell’Economist.

Insomma, questo nuovo tipo di economia frenetica degli anni ‘20 del Duemila ha bisogno di meno teoria, perché le informazioni parlano da sole.

«Il pericolo più grande – avverte l’Economist – è l’arroganza. Con un panopticon dell’economia, politici e funzionari pubblici potrebbero pensare di riuscire a vedere lontano nel futuro, o modellare la società secondo le loro preferenze, magari per attirare gruppi particolari di elettori. Questo è il sogno del Partito Comunista Cinese, che cerca di impegnarsi in una sorta di pianificazione centrale digitale. Ma in realtà neanche questi dati possono prevedere in modo affidabile il futuro. Economie insondabilmente complesse e dinamiche non si basano sul Grande Fratello, ma sul comportamento spontaneo di milioni di aziende e consumatori indipendenti. L’economia istantanea non riguarda la chiaroveggenza o l’onniscienza: solo un processo decisionale potenzialmente migliore, più tempestivo e più razionale».

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